Bologna Pride – il Cassero LGBT center dal palco

 

Nelle manifestazioni di piazza questo è di solito il momento in cui qualcuno sale sul palco e spara una cifra. Che ne so, io a questo punto potrei dire: siamo 4 milioni. Poi inevitabilmente interviene la questura e dice la sua. Immagino che in questo caso direbbe che siamo 8 milioni. Si sa: noi tendiamo ad essere più cauti della questura…

Perdonatemi quest’ironia, la uso per compiere un gaio sabotaggio: vorrei dirvi da questo palco che i diritti non hanno bisogno di un contapersone. La storia dei diritti non è mai stata scritta dalle maggioranze: le maggioranze di solito se ne sono impossessate a posteriori. E voglio dirvi anche che una manifestazione per i diritti ha senso anche se fossero in dieci soltanto a manifestare e una sola la persona a cui il diritto viene negato. Liberiamoci allora dall’ossessione dei numeri: in politica i diritti devono essere un istinto non un collettore di consenso. I diritti umani, civili e sociali vanno riconosciuti in quanto tali non per far scattare un applauso. Non c’è dibattito da aprire per discutere, obiettare o ridimensionare il diritto di gay lesbiche trans bisessuali e intersessuali di realizzare la propria felicità. Non c’è alcuna questione da ponderare perché i diritti non prevedono un dosaggio. Alla domanda di diritti non si risponde “quanto” ma si risponde “si”. Come ha risposto si la corte suprema ieri negli Stati Uniti polverizzando i divieti al matrimonio tra persone dello stesso sesso che ancora permanevano in 13 Stati. Come ha risposto sì la nostra Corte di cassazione nel caso di Alessandra e Alessandra, ripristinando il loro matrimonio e premiando il grande lavoro di Rete Lenford, perché in Italia comunque per rivendicare un diritto hai bisogno di avere un ottimo avvocato. E come bisognerebbe rispondere “sì” – e non “se”, né “quanto” – a chi rivendica il diritto ad una vita dignitosa, a un reddito che gli o le permetta di sostenersi; il diritto a un lavoro, alla casa, all’acqua pubblica con cui bere e lavarsi. Si risponde “si”, non “se” né “quanto”. Il diritto al cibo, all’istruzione – pubblica e laica – ad essere accolti quando si giunge fuggendo dai paesi in cui ci sono guerra, povertà e persecuzioni. Il diritto alla verità e alla giustizia, quello che da 35 anni i parenti delle vittime della strage di Ustica, e con loro quelli di tutte le stragi, rivendicano. A tutto questo la politica e questo paese devono sentire l’istinto e l’urgenza di rispondere sì.
Questa partita non si gioca altrove: la giochiamo anche qui, a Bologna. Perché anche a Bologna qualche volta preoccupa la proporzione tra i “sì” e i “se”.

Un anno fa ci lasciammo parlando del nostro gaio compito di reinterpretare il mondo, come lo definiva Mario Mieli. L’abbiamo offerto alla città come una ricchezza da mettere in rete con tutti gli altri sguardi di cui Bologna è densa. E oggi in questa piazza testimoniamo il modo in cui un’ampia rete di associazioni ha costruito un percorso di empatia, di valorizzazione di quegli sguardi, di solidarietà, di sostegno reciproco. In questa piazza ci sono tanti compagni e compagne che voglio ringraziare: gli amici di Piazza grande, le infaticabili amiche della Casa delle donne. Gli amici di Anpi, di Arci, di Auser, di Aics, di Uisp, della Cgil, di Amnesty International. E tante e tanti ce ne sarebbero ancora. Con loro festeggiamo oggi un percorso fondato sul riconoscimento reciproco e sulla convinzione che fondendo i nostri sguardi, considerando una ricchezza la diversità di ciascuno e ciascuna, riusciremo a pretendere che alla domanda di diritti questo paese risponda finalmente e inequivocabilmente “sì”.

Voglio mandare ancora tre abbracci: innanzitutto voglio abbracciare idealmente da questa piazza le altre cinque piazze italiane che oggi sono mobilitate assieme a noi per rivendicare i diritti. Abbraccio quindi Torino, Milano, Perugia, Palermo, Cagliari: siamo un’onda, lasciamoci travolgere.

Poi un abbraccio lo voglio mandare a Flavia, che non c’è più. Alla sua eroica ostinazione, a come ha cercato di trasmettercela. E noi, cara Flavia, per farti vedere che quella ostinazione un po’ l’abbiamo appresa, ti abbiamo messa sul palco in ogni modo, nel nostro “Quarto stato” disegnato da Jacopo. E lì per noi resti sempre.

Infine l’ultimo abbraccio lo voglio mandare a Roberto Morgantini e Elvira Segreto: oggi dopo 38 anni insieme Roberto e Elvira si sposano. Morgantini è un bel modello in questa città, è un uomo che non si è mai messo in cattedra ma ha sempre insegnato qualcosa. Per il suo matrimonio ha chiesto di aiutarlo a realizzare il sogno di una cucina popolare. E io credo che tutte e tutti dovremmo aiutarlo a realizzare questo sogno. Ma soprattutto credo che le nozze di Morgantini dicano qualcosa in più e portino un argomento inedito e validissimo nell’intricato dibattito sul matrimonio egualitario. Perché se il matrimonio può essere anche una grande occasione di generosità allora a quell’istituto dovrebbero davvero potere accedere tutte e tutti. Perché dovremmo tutte e tutti poter sognare un matrimonio come quello di Roberto ed Elvira. Perciò a loro mandiamo l’augurio che questa giornata sia indimenticabile.

Bologna è orgogliosa oggi. Prendiamoci un impegno: facciamo in modo che sia sempre così. Buon Pride.

Bologna, 27 giugno 2015